Le palestinesi uccise da Israele nel 1948 non sono eccezioni
25 anni fa alcuni soldati dell’esercito di occupazione israeliano - colpevoli di stupri, esecuzioni sommarie, espulsione forzata di civili palestinesi - hanno avviato un processo contro lo studente Theodore Katz. Secondo i querelanti, una sua tesi di storia dove accennava alle colpe della 3° brigata Alexandroni, commesse nel 1948, era mendace.
Lo studente ha intervistato le palestinesi sopravvissute ai massacri della brigata ed espulse nell’attuale Cisgiordania. Le palestinesi hanno raccontato quello che il suo stato aveva fatto nel giorno della sua creazione. Nella storiografia israeliana il ‘48 è l’anno della guerra d’indipendenza, e viene detto che è combattuta da parti equivalenti. Secondo le fonti israeliane, dopo il ritiro dei coloni britannici due forze sono rimaste con pari diritto sulla terra di Palestina.
Le palestinesi sopravvissute hanno riferito un’altra versione. Le forze paramilitari ebraiche, Irgun e Haganah, di cui facevano parte i soldati della brigata - poi entrati nelle forze di occupazione israeliane - hanno ucciso innocenti. Le azioni di terrorismo non sono state rivolte solo contro i britannici. I paramilitari mercenari hanno ammazzato palestinesi disarmati e inermi. Hanno assediato, preso per fame, distrutto e bruciato villaggi abitati da donne, anziani, bambini. Perché? La conclusione dello studente israeliano è che siano eccezioni. Così ha scritto nella sua tesi: uccisioni eccezionali.
Più di recente, un regista israeliano, Alon Schwarz, ha incontrato lo studente. Dopo l’incontro si è recato sulla costa vicino a Haifa, dove una volta c’era la casa delle palestinesi sopravvisute. Ha fatto dei video al parcheggio e alle automobili di turisti israeliani andati a prendere il sole sulla spiaggia lì vicino. Ha poi pubblicato il film. Ha mostrato che sotto il parcheggio si trova una fossa comune di cadaveri palestinesi, ha fatto sentire molte voci in ebraco, poche in arabo. Ha intitolato la pellicola col nome indigeno del luogo, Tantura. Ha circoscritto, sminuito, distorto la Nakba - cioè il '48, l'anno di inizio della catastrofe per le palestinesi - per accarezzare il senso di colpa degli israeliani. Ha liquidato la storia di migliaia di vite con un nome che sa di esotico e passato.
Tre anni dopo, in piedo genocidio delle palestinesi, Trump ha pubblicato un video. Non è un documentario, ma una creazione dell'a.i. Eppure la scena è identica. Il documentario del regista israeliano è il corrispondente reale dal cui immaginario sembra prendere ispirazione la fantasia genocidiaria. La tensione verso il genocidio del popolo palestinese è un elastico che trascina i rifiuti del passato verso il futuro, dove brilla una nauseante immagine artificiale. Questo movimento è la pulizia etnica. Un nome che suona assurdo nella sua astrazione, ma è fatto di sangue, petti, gambe, occhi, intestini di palestinesi. I corpi, le menti, le intelligenze delle palestinesi che restano sono contraccolpi per la fionda. La manomettono per mostrarci il paradosso.
Le palestinesi sono sopravvissute, ma non sono state ascoltate. Anche chi sa della loro esistenza non le ha ascoltate. L’istruzione israeliana non mette in dubbio la giustezza della loro guerra d’indipendenza. In questa storia qualche episodio eccezionale di omicidio sommario della popolazione palestinese inerme può essere successo, ma fa parte del processo di giustizia. Non è possibile confondere i fini con i mezzi. La questione ebraica ha investito gli eletti per costruire lo stato passando sopra a queste eccezioni.
Oggi un cielo riempito di bombe, droni e caccia israeliani dimostra che non sono state eccezioni. Per questo si chiama genocidio.
Guardando la conclusione del processo di 25 anni fa, possiamo capire quanto sia reale la spietatezza di una società coloniale. Allo studente viene detto di patteggiare. Se avesse chiesto pubblicamente scusa ai soldati di occupazione e pagato una multa la storia sarebbe finita lì. Lo studente ha accettato. Le scuse sono state pubblicate sui giornali israeliani. I soldati colpevoli di crimini di guerra hanno ricevuto i soldi. La tesi è stata rimossa dall’università.
La differenza tra lo studente e il regista è il mezzo dentro cui comunicano. La società dell’occupazione ha potuto permettersi un film su uno tra gli oltre 500 villaggi palestinesi spazzati via dalla furia sionista. Le sue istituzioni hanno però impedito di riconoscere anche solo una minima parte delle fondamente sanguigne su cui sono state costruite.
Le palestinesi sopravvissute erano state convocate al tribunale. Invece di sentire le voci delle palestinesi testimoniare di fronte a un’istituzione giuridica la verità della loro memoria, gli israeliani hanno letto sulle pagine dei quotidiani le scuse di uno studente rivolte ai loro soldati.
Nella storiografia israeliana le decine di migliaia di palestinesi innocenti uccise e le oltre 750.000 sfollate nel 1948 diventano una bugia inventata da chi non capisce la sacralità della questione ebraica.
Chi sopravvive tra le palestinesi non è unicamente testimone dell’uccisione dei suoi compaesani, amici e parenti. La morte non è solamente un evento fisico che causa il passaggio di una persona da una condizione di esistenza a una di non esistenza. È un’assenza presente per le persone rimaste in vita.
Tre anni dopo l’uscita del film, la maggior parte degli israeliani oggi chiede al suo stato di finire quello che ha iniziato, cioè di far scomparire le palestinesi sopravvissute. Senza riconoscere l’assenza nella presenza, l’unica opzione possibile è l’assenza totale. Israele ha scelto la seconda.